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eser, 05/05/2026
Vi raccontiamo le RAC: Distretto Biologico Valli del Panaro e Appennino Modenese

Torna la rubrica con cui seguiamo la mappatura delle Reti Alimentari Contadine: uno spazio per raccontare esperienze, persone e pratiche che, giorno dopo giorno, contribuiscono a costruire un’economia più equa, sostenibile e radicata nei territori dell’Emilia-Romagna. In questa intervista incontriamo Viola Servi, presidente del Distretto Biologico Valli del Panaro e Appennino Modenese.

Come nasce il vostro biodistretto?

Il distretto nasce dal basso, prima ancora che esistessero leggi regionali o nazionali di riferimento. All’inizio eravamo un gruppo di aziende agricole e realtà del territorio che sentivano il bisogno di organizzarsi. Poi, con l’arrivo delle normative, abbiamo cercato di strutturarci meglio e ottenere un riconoscimento formale. Oggi esistono due associazioni parallele: una più orientata agli eventi e alla comunità, l’altra più legata alle aziende agricole. Hanno gli stessi obiettivi, ma operano su piani leggermente diversi.

Quali sono gli obiettivi principali che guidano il vostro lavoro?

L’idea centrale è creare valore nel territorio attraverso l’agroecologia, la sostenibilità e le piccole produzioni biologiche e biodinamiche. Per noi è fondamentale costruire una narrazione diversa del territorio: far emergere il lavoro delle aziende che operano in modo sostenibile e incentivare altre realtà a intraprendere questo percorso. Significa anche lavorare sulla rigenerazione dei suoli e contrastare l’abbandono di pratiche agricole virtuose.

 

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Quali attività portate avanti? 

Una delle prime attività è stata l’organizzazione di un mercato contadino mensile a Vignola, che oggi funziona abbastanza bene.

Abbiamo provato anche ad avviare un mercato a Modena, ma non ha avuto successo, soprattutto per questioni legate alla posizione e alla scarsa visibilità. È un esempio delle difficoltà che si incontrano: le aziende hanno poco tempo e non possono permettersi di partecipare a iniziative che non sono sostenibili economicamente.

Oltre ai mercati, partecipiamo a eventi sul territorio e stiamo sviluppando attività culturali e sociali. Negli ultimi tempi abbiamo iniziato a lavorare molto in rete con altre associazioni locali, stiamo partecipando, ad esempio, alla riqualificazione di uno spazio a Vignola, l’Ex Macello, che diventerà un luogo dedicato alla comunità: inclusione, ecologia, benessere.

Organizziamo anche eventi culturali, come proiezioni di documentari su cambiamenti climatici e modelli economici alternativi. L’idea è allargare lo sguardo: non solo produzione agricola, ma costruire relazioni, creare spazi di incontro e tenere insieme dimensione ambientale, sociale e comunitaria del territorio.

Stiamo anche lavorando a un progetto chiamato “Bioviandante”, due percorsi ad anello che attraversano l’Appennino modenese e collegano aziende agricole, eventi culturali, elementi naturali e luoghi di interesse. L’obiettivo è promuovere un turismo lento, che permetta di scoprire il territorio in modo più consapevole. È un progetto ancora in sviluppo, ma ci crediamo molto perché può portare persone anche in zone meno frequentate.

Quante realtà fanno parte del distretto?

Oggi contiamo circa cinquanta aziende agricole, a cui si aggiungono alcune associazioni, gruppi di acquisto solidale e realtà del territorio legate al biologico. È una rete ampia, ma non sempre facile da coordinare.

Quali sono le principali difficoltà?

La difficoltà principale è il tempo: chi lavora in agricoltura ne ha pochissimo, e fare rete richiede energie che spesso mancano. Un altro nodo è il rapporto con le amministrazioni locali, che non sempre è semplice. E poi c’è la fatica di tenere insieme tante realtà diverse che lavorano sugli stessi obiettivi ma in modo frammentato.

 

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Come immagini il biodistretto tra qualche anno?

Mi piacerebbe che diventasse un territorio davvero salubre, vivibile e sostenibile. Un luogo in cui le aziende agricole siano supportate, in cui le reti siano più coese e in cui ci sia un dialogo stabile con le istituzioni. Ma soprattutto un territorio partecipato, dove le energie già presenti riescano a convergere invece di disperdersi.

Che messaggio vuoi lasciare a chi non conosce i biodistretti?

Di portare idee, energie, collaborazioni. I biodistretti funzionano se diventano spazi aperti, in cui più persone partecipano. Più siamo, più possiamo fare per il territorio e per la salute delle comunità, sia fisica che mentale. Fare rete è faticoso, ma è anche essenziale per costruire cambiamenti diffusi e duraturi!