Torna la rubrica con cui seguiamo la mappatura delle Reti Alimentari Contadine: uno spazio per raccontare esperienze, persone e pratiche che, giorno dopo giorno, contribuiscono a costruire un’economia più equa, sostenibile e radicata nei territori dell’Emilia-Romagna. In questa intervista incontriamo Viola Servi, presidente del Distretto Biologico Valli del Panaro e Appennino Modenese.
Come nasce il vostro biodistretto?
Il distretto nasce dal basso, prima ancora che esistessero leggi regionali o nazionali di riferimento. All’inizio eravamo un gruppo di aziende agricole e realtà del territorio che sentivano il bisogno di organizzarsi. Poi, con l’arrivo delle normative, abbiamo cercato di strutturarci meglio e ottenere un riconoscimento formale. Oggi esistono due associazioni parallele: una più orientata agli eventi e alla comunità, l’altra più legata alle aziende agricole. Hanno gli stessi obiettivi, ma operano su piani leggermente diversi.
Quali sono gli obiettivi principali che guidano il vostro lavoro?
L’idea centrale è creare valore nel territorio attraverso l’agroecologia, la sostenibilità e le piccole produzioni biologiche e biodinamiche. Per noi è fondamentale costruire una narrazione diversa del territorio: far emergere il lavoro delle aziende che operano in modo sostenibile e incentivare altre realtà a intraprendere questo percorso. Significa anche lavorare sulla rigenerazione dei suoli e contrastare l’abbandono di pratiche agricole virtuose.

Quali attività portate avanti?
Una delle prime attività è stata l’organizzazione di un mercato contadino mensile a Vignola, che oggi funziona abbastanza bene.
Abbiamo provato anche ad avviare un mercato a Modena, ma non ha avuto successo, soprattutto per questioni legate alla posizione e alla scarsa visibilità. È un esempio delle difficoltà che si incontrano: le aziende hanno poco tempo e non possono permettersi di partecipare a iniziative che non sono sostenibili economicamente.
Oltre ai mercati, partecipiamo a eventi sul territorio e stiamo sviluppando attività culturali e sociali. Negli ultimi tempi abbiamo iniziato a lavorare molto in rete con altre associazioni locali, stiamo partecipando, ad esempio, alla riqualificazione di uno spazio a Vignola, l’Ex Macello, che diventerà un luogo dedicato alla comunità: inclusione, ecologia, benessere.
Organizziamo anche eventi culturali, come proiezioni di documentari su cambiamenti climatici e modelli economici alternativi. L’idea è allargare lo sguardo: non solo produzione agricola, ma costruire relazioni, creare spazi di incontro e tenere insieme dimensione ambientale, sociale e comunitaria del territorio.
Stiamo anche lavorando a un progetto chiamato “Bioviandante”, due percorsi ad anello che attraversano l’Appennino modenese e collegano aziende agricole, eventi culturali, elementi naturali e luoghi di interesse. L’obiettivo è promuovere un turismo lento, che permetta di scoprire il territorio in modo più consapevole. È un progetto ancora in sviluppo, ma ci crediamo molto perché può portare persone anche in zone meno frequentate.
Quante realtà fanno parte del distretto?
Oggi contiamo circa cinquanta aziende agricole, a cui si aggiungono alcune associazioni, gruppi di acquisto solidale e realtà del territorio legate al biologico. È una rete ampia, ma non sempre facile da coordinare.
Quali sono le principali difficoltà?
La difficoltà principale è il tempo: chi lavora in agricoltura ne ha pochissimo, e fare rete richiede energie che spesso mancano. Un altro nodo è il rapporto con le amministrazioni locali, che non sempre è semplice. E poi c’è la fatica di tenere insieme tante realtà diverse che lavorano sugli stessi obiettivi ma in modo frammentato.

Come immagini il biodistretto tra qualche anno?
Mi piacerebbe che diventasse un territorio davvero salubre, vivibile e sostenibile. Un luogo in cui le aziende agricole siano supportate, in cui le reti siano più coese e in cui ci sia un dialogo stabile con le istituzioni. Ma soprattutto un territorio partecipato, dove le energie già presenti riescano a convergere invece di disperdersi.
Che messaggio vuoi lasciare a chi non conosce i biodistretti?
Di portare idee, energie, collaborazioni. I biodistretti funzionano se diventano spazi aperti, in cui più persone partecipano. Più siamo, più possiamo fare per il territorio e per la salute delle comunità, sia fisica che mentale. Fare rete è faticoso, ma è anche essenziale per costruire cambiamenti diffusi e duraturi!