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ries , 12/12/2021

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CSA - Comunità a supporto dell'agricoltura

Il 4° incontro della Rete italiana delle CSA si è svolto a Trento lo scorso 13-14 novembre. Presenti due consiglieri della RIES (Ada Rossi e Domenico Maffeo), in rappresentanza di 2 DES e CSA - ecco il resoconto.

Dopo il periodo di distanza forzata imposto dalla pandemia, le Comunità a Supporto dell’Agricoltura (CSA) italiane sono tornate a incontrarsi. È avvenuto a Trento, il 13-14 Novembre 2021; il quarto incontro nazionale, dopo quelli del 2018 a Bologna e del 2019 a Firenze e Fermo. È stata un’occasione importante per ritrovarsi, conoscere realtà nuove e riprendere le fila del percorso di strutturazione e di organizzazione in rete (Rete Italiana delle CSA – RICSA) che questo movimento giovane ma in crescita ha intrapreso negli ultimi due anni.

L’incontro è stato preceduto da un momento pubblico, un convegno organizzato presso l’Università di Trento. L’evento è stato occasione per dare visibilità al mondo delle CSA, stimolare la riflessione sui suoi elementi distintivi e divulgare quanto appreso da due recenti ricerche, di cui una promossa dall’interno della stessa Rete (Progetto Numes). Successivamente, i rappresentanti delle CSA si sono ritirati in campagna, dove hanno svolto i loro lavori.

Le CSA, esperienze di riconnessione e risocializzazione attorno al cibo

Il convegno ha visto membri di CSA portare importanti contributi di riflessione. In particolare, Adanella Rossi, dell’Università di Pisa, e Alessandra Piccoli, dell’Università di Bolzano, hanno portato la loro esperienza di ricercatrici sul tema. Entrambe hanno lavorato al progetto Numes (“Le CSA oltre l’emergenza: un nuovo modello agricolo per l’economia solidale”), finanziato dalla Fondazione Finanza Etica all’interno del bando dei Portatori di Valore 2020 e sviluppato in seno alla Rete Italiana delle CSA.

“Le CSA fanno parte di un più grande movimento attorno al cibo promosso dal basso dalla società civile negli ultimi 25 anni, attraverso movimenti e organizzazioni che hanno cominciato a chiedere e proporre una trasformazione radicale del sistema agro-alimentare e, più in generale, del modo di concepire il cibo, di relazionarsi attorno ad esso e di gestire tutte le pratiche, dalla sua produzione al suo consumo. Una trasformazione guidata dal riferimento a principi e valori quali sostenibilità ambientale, giustizia sociale, solidarietà, equità” ha spiegato Adanella Rossi. “Come ben noto, questi movimenti hanno preso e continuano a prendere la forma di varie esperienze di ri-connessione, di relazione diretta tra produzione e consumo, su scala quanto possibile locale.

Le iniziative che si riferiscono al modello della CSA ne rappresentano l’espressione più avanzata, facendo riferimento, come espresso anche nella Carta sottoscritta a livello europeo, ad obiettivi aggiuntivi di gestione comunitaria attorno al cibo, di co-responsabilità, di compartecipazione. Questo modello si è diffuso in tutto il mondo (in alcuni paesi ha rappresentato la forma prevalente) e solo negli ultimi anni ha cominciato a prendere piede in Italia, dove il modello è stato preceduto da altre esperienze importanti di riconnessione e risocializzazione nella pratiche attorno al cibo, come quella dei Gruppi di Acquisto Solidale, così come si sta sviluppando di pari passo ad altre iniziative (ad esempio le food coop).

Le CSA (in misura ancora maggiore che le altre iniziative) sono interpretabili come processi di innovazione sociale, in quanto processi di cambiamento che nascono da sensibilità e bisogni condivisi in seno alla società, si sviluppano attraverso nuove forme di interazione e cooperazione sociale e perseguono una molteplicità di benefici sociali, muovendosi in una prospettiva più ampia di bene comune. Questa chiave di lettura mette in evidenza importanti aspetti di innovazione.”

  • Il bisogno di risignificare il cibo

Sono tre i punti portati all’attenzione da Rossi. “Il primo di questi aspetti di innovazione è il bisogno di risignificare il cibo ovviando alla mercificazione di cui è stato oggetto. Emerge un bisogno/una volontà di ridefinire i valori del cibo, e quindi anche di riconoscere i valori dei sistemi del cibo da cui esso proviene, le relative pratiche, le relazioni. Questi valori, nella diversità di situazioni, comprendono valori funzionali (es. un cibo nutriente, sano), ma anche valori etici (tutte le forme di giustizia), e fanno riferimento ad aspetti relativi a diritti (buon cibo, dignità del lavoro, benessere animale); non ultimo includono valori riconducibili a bisogni di socialità, di dimensione comunitaria. In questa rivalorizzazione del cibo e dei sistemi produttivi si esprime il bisogno di riacquisire autonomia, auto-determinazione, controllo sul sistema cibo, dunque sovranità alimentare, da parte sia dei consumatori che dei produttori.”

  • La forza delle relazioni

Il secondo aspetto è individuato nell’importanza che in queste esperienze assume l’interazione, la componente relazionale. “Le relazioni diventano lo spazio per la condivisione, il co-apprendimento e la co-costruzione di visioni e approcci alternativi attorno al cibo. Questa dimensione riguarda sia le relazioni tra produttori e consumatori – che vanno quindi ben al di là della tradizionale relazione di scambio economico – che quelle tra i consumatori, che si trovano a far parte di un percorso collettivo. Questa risocializzazione del cibo a sua volta produce un rafforzamento della stessa dimensione comunitaria e una crescita collettiva di capacità, un processo di empowerment. Questi processi sono particolarmente importanti per i consumatori, per la crescita del loro ruolo, consentendo di andare al di là del consumo critico individuale ed entrare in una ben più efficace dimensione di progetto collettivo di trasformazione.

Nel modello CSA, dato l’alto grado di coinvolgimento richiesto, questi processi sono essenziali. Ovviamente essi possono avvenire con diversa intensità o diverse caratteristiche e questo determina la varietà di soluzioni organizzative adottate e il diverso grado di innovatività rilevabile tra le varie CSA. Guardare a queste esperienze come percorsi, come processi di cui essere consapevoli e da curare è dunque fondamentale.”

  • Il cibo come bene comune

Come terzo aspetto, Rossi richiama le finalità delle CSA. “Queste esperienze concepiscono il cibo non come una merce da gestire attraverso i meccanismi convenzionali di mercato, ma come un bene comune, una risorsa essenziale la cui gestione e i cui benefici coinvolgono tutti i membri della comunità. Queste esperienze esprimono la volontà di superare l’approccio privatistico-utilitaristico che spesso caratterizza le relazioni di mercato attorno al cibo per entrare in una dimensione comunitaria e solidaristica.

Il perseguimento di valore sociale esprime bene il cambiamento netto di paradigma che caratterizza questo modello, che porta a reintegrare l’azione economica nella dimensione sociale ed ambientale, puntando ad un equilibrio tra sistemi socio-ecologici e attività economiche. In una prospettiva di transizione è evidente il valore prefigurativo di queste esperienze.”

  • L’importanza di cogliere il potenziale innovativo delle CSA

Infine, un invito a considerare le lezioni che ci vengono dalle CSA. “È importante guardare con attenzione a queste esperienze, per coglierne il potenziale innovativo. Questo al fine di dare loro il giusto supporto, ma anche di applicare gli insegnamenti che ne derivano nella prospettiva di un più ampio processo di trasformazione attorno al cibo. La prima azione è indubbiamente utile; purché si sia consapevoli della complessità dei processi che stanno sotto i cambiamenti negli atteggiamenti e nelle pratiche verso il cibo, per intervenire in modo adeguato e senza forzare questi processi, alterandone i tratti caratteristici. La seconda azione – cogliere le sollecitazioni che vengono da questa innovazione radicale – costituisce una sfida ben più importante, che ci chiede di andare oltre la semplice diversificazione del sistema agroalimentare. Queste esperienze indicano cosa cambiare (la cultura del cibo e il contesto delle pratiche alimentari), come e con quale finalità. Uscendo dalla nicchia questo implica di mettere in atto una serie di azioni, integrate e coerenti, intervenendo in più ambiti delle politiche pubbliche (agricoltura, pianificazione territoriale, commercio, educazione, sanità, welfare, ecc.). Questo chiama in causa la responsabilità del soggetto pubblico ma apre anche alla possibilità di creare nuovi spazi di governance alimentare, inclusiva, democratica, dove la società civile possa trovare spazio e voce, e dove si possano sperimentare percorsi innovativi, in grado di contribuire ad più ampio cambiamento”.

Le fasi e il focus della ricerca nell’ambito del “Progetto Numes”

L’obiettivo della ricerca che Alessandra Piccoli e Adanella Rossi, assieme alla collega Angela Genova dell’Università di Urbino, stanno portando avanti è quello di conoscere meglio le CSA per poter contribuire a rafforzarle, favorirne una maggiore diffusione nel contesto italiano e accrescerne anche il ruolo attivo nei territori. “Abbiamo seguito l’approccio della ricerca-azione – ha precisato Alessandra Piccoli – perché la nostra ricerca è stata programmata assieme alla Rete delle CSA: a dicembre del 2020, quando abbiamo iniziato il percorso, abbiamo organizzato un momento collettivo finalizzato a individuare gli aspetti più importanti da indagare”.

Piccoli ha illustrato i dettagli della ricerca. “La prima fase dello studio consiste nell’analizzare le caratteristiche principali delle CSA esistenti: l’origine e i caratteri strutturali, la gestione economica e manageriale, i rapporti sociali esistenti al loro interno e la relazione con il “mondo esterno” (in particolare con la pubblica amministrazione e le altre associazioni e organizzazioni del territorio). La seconda e la terza fase della ricerca prevedono, rispettivamente, il supporto alla nascita di nuove CSA (a Ravenna, Trento, Val Varaita e Chieri) e lo sviluppo di materiale e di iniziative promozionali nel centro-nord per sostenere la diffusione delle CSA.

Sono state svolte interviste sia a referenti delle CSA che ai singoli membri, in modo da coprire tutti gli aspetti più significativi. Per i referenti delle dodici CSA che hanno partecipato all’indagine è stato utilizzato un questionario molto lungo e approfondito (98 domande), mentre è stato condiviso con i soci partecipanti un questionario più breve (32 domande). Successivamente i referenti sono stati anche intervistati, per approfondire aspetti particolarmente significativi emersi dalle risposte al questionario.”

  • Le caratteristiche delle CSA

“Quali sono le parole chiave che, secondo i loro promotori, rappresentano le CSA? Dalla nostra indagine, è emersa in particolare la parola partecipazione, alla quale seguono solidarietà e fiducia”, ha aggiunto Piccoli. “La parte sociale, quindi, sembra essere prevalente”.

Osservando le caratteristiche delle diverse CSA si rileva una marcata eterogeneità. “Ci sono realtà che contano 200 soci e altre che invece arrivano a quindici. In linea di massima, però, si parla di una cinquantina di soci a CSA. Un terzo delle realtà sono cooperative, un altro terzo sono associazioni e poco meno di un terzo sono gruppi costituiti tramite accordi informali. Gli agricoltori delle CSA, nella metà dei casi, sono autonomi. Solo in tre casi sui dodici analizzati traggono completamente il loro reddito dalle CSA; negli altri casi, quello che viene dalle comunità è solo una parte del loro guadagno. Anche i fatturati sono molto diversi, in base alla grandezza e al consolidamento della CSA. Si va dai 4mila euro ai 270mila euro all’anno.” Emerge dunque come le varie esperienze di CSA in Italia siano molto diversificate anche in termini di rispondenza a quello che è considerato il modello ideale di gestione: la capacità di “supportare” l’attività agricola da parte di una comunità. D’altra parte, nella maggior parte dei casi si tratta di processi in divenire.

All’interno delle CSA, poi, non tutti i prodotti sono biologici certificati. “Tutti però dichiarano di seguire le pratiche agroecologiche, sostenibili e naturali equiparabili al biologico, anche quando non certificato”, ha aggiunto Alessandra Piccoli.

In nove casi su dodici si utilizza il metodo della “cassetta fissa” di prodotti, che viene distribuita in un punto all’esterno dell’azienda. In dieci casi su dodici, il pagamento è anticipato parzialmente a inizio anno. “Una caratteristica essenziale delle CSA è la continuità nell’acquisto e nel ritiro dei prodotti – ha spiegato Piccoli - si può parlare di CSA quando c’è un accordo di medio-lungo termine nel condividere la produzione e i rischi dell’agricoltura”.

“La governance di queste realtà è partecipativa e inclusiva. Si supera molto spesso il voto per maggioranza per dare più spazio al dialogo e al confronto. Sono frequenti le collaborazioni con il mondo delle scuole e delle università; meno diffuse sono, invece, le interazioni con le istituzioni pubbliche.”

I lavori della Rete Italiana delle CSA

Il terzo incontro delle CSA italiane aveva come finalità quello di tornare a incontrarsi (finalmente!) e di proseguire nel percorso di strutturazione e organizzazione della Rete. I contatti avvenuti durante i mesi precedenti non avevano infatti avuto grande efficacia. C’era voglia di ritrovarsi e dedicarsi del tempo, per guardarsi, ascoltarsi, godere di momenti di convivialità (attorno ovviamente a buon cibo).

Il gruppo interno alla Rete che si dedica all'animazione della Rete stessa e il gruppo locale trentino ha predisposto un programma serrato, per sfruttare appieno il tempo a disposizione. Le dodici organizzazioni che hanno confermato la partecipazione sono state invitate a prepararsi in anticipo rispetto ai punti da affrontare.

Questi i punti previsti all’ordine del giorno e su cui i referenti delle realtà si sono effettivamente confrontati, il pomeriggio di sabato e la mattina di domenica: breve presentazione della CSA; situazione economica, con particolare riferimento alle criticità; situazione associativa e coinvolgimento dei soci; relazioni con il territorio e azione politica per la sovranità alimentare; una proposta di attività concrete da realizzare come Rete nel immediato futuro; scopi e obiettivi di breve, medio e lungo termine della Rete; tempo e energie dedicabili alla Rete da parte di ciascuna CSA; forma organizzativa che la Rete può assumere.

I partecipanti hanno discusso in modo approfondito tutti gli aspetti, confrontando le diverse esperienze. Si è preso atto della distanza che a volte c’è dal modello ideale ma anche della necessità di rispettare i processi reali, che si svolgono in contesti specifici, dove i bisogni, le capacità e le azioni collettive si sviluppano con modi e tempi propri. È emersa anche la diversità di esperienze dei partecipanti, e, su tale base, il diverso riconoscimento della CSA come modello più avanzato, rispetto ad esempio all’importante esperienza, in Italia, dei Gruppi di Acquisto Solidale.

L’incontro si è concluso con la decisione di rimanere per il momento una rete informale (ma di approfondire modalità e implicazioni dell’assunzione di uno status diverso) e con una serie di passi avanti in termini organizzativi, rivolti a dare continuità e maggior efficacia all’interazione interna e ad accrescere la capacità di interazione con l’esterno. A questo riguardo un contributo potrà venire anche da un progetto europeo, promosso da Urgenci (la rete internazionale delle CSA), a cui la Rete sta partecipando; il progetto è rivolto proprio alla crescita delle capacità di advocacy di queste realtà sui temi del cibo e della sovranità alimentare. L’appuntamento per confrontarsi de-visu su quanto fatto e da fare è nell’estate prossima.

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